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Mi sono commossa nel vedere l’incontro al Comic Con di New York tra Michael J Fox e Christopher Lloyd, protagonisti di Ritorno al futuro.

È stato un insieme di forti emozioni per tanti motivi: per lo scorrere del tempo, per la malattia di Michael J Fox o per il significato stesso che ha avuto il film con i suoi due sequel.

Leggendo uno dei libri di Fox, in particolare Il futuro è stato bellissimo, la salute dell’attore passa quasi in secondo piano e questa cosa mi ha fatto riflettere tantissimo sul significato dello spazio e del tempo.

Parla del rapporto con la moglie conosciuta sul set di Casa Keaton, dei suoi quattro figli e anche del suo cane Gus – enorme, enorme, enorme Gus – che purtroppo oggi non c’è più.

Descrive il cambiamento del suo ruolo di attore dopo la diagnosi della malattia di Parkinson e di un tumore al midollo spinale che lo ha portato a sostenere un intervento chirurgico ad alto rischio.

Il cambiamento è evidente nelle sue interpretazioni, ma non per via dei sintomi della malattia.

La mia mancata – ehm – laurea in Giurisprudenza 😅… grazie a SuitsLe regole del delitto perfetto e The Lincoln Lawyer, mi ha portato a gioire nel vedere Michael J Fox in The Good Wife – diciamo post diagnosi Parkinson – percependo la nuova relazione con la malattia.

«Dopo trent’anni di Parkinson, ho sviluppato una sorta di distensione nei confronti della malattia. Ne abbiamo passate tante insieme, io e lei. Ho capito molto tempo fa che l’idea di esercitare una forma di controllo è fuori questione, quindi mi sono accontentato di un accordo che prevede un misto di adattabilità e resilienza.»

Non abbinate la parola resilienza a quell’idea di muffa che si ricava leggendola su mille post, perché Fox ha un modo molto diretto per definire i tormentoni:

«Com’è che dice quel celebre proverbio americano? Se la vita ti dà limoni, tu fatti una limonata? Ecco: andatevene a fare in culo voi e la limonata.»

Pieno di aneddoti e di un’ironia che ho semplicemente adorato, mi ha dato tantissimi spunti per lavorare meglio e sono sempre più convinta che l’ironia – e l’autoironia nello specifico – salvi la vita (e il lavoro).

«Perché proprio io? Perché doveva succedere a me? Ho una moglie, ho dei figli, ho una vita che amo. Quindi perché proprio io dovevo ammalarmi di golf?»

Da anni mi chiedo quale sia il segreto per lavorare bene, sentendosi bene e sapendo di aver trovato ciò che ci fa stare bene.

Il problema principale che ci allontana da questo bene si verifica quando ci blocchiamo su alcune questioni, quando in realtà dovremmo imparare a “far suonare” strumenti diversi…

«Recitare è il mio lavoro ed è parte di chi sono, perciò dovevo trovare un metodo alternativo per farlo. Invece di cercare di replicare note che non ero più in grado di suonare, mi sono concentrato sul mio nuovo strumento.»

Sebbene io stia vivendo questi anni con la consapevolezza di essere dove vorrei essere e di fare quello che vorrei fare, non sono certa di riuscire a dare una risposta precisa alla questione del lavorare bene, ma di sicuro mi è chiaro che non riguarda il lavoro in sé.

Ho incontrato persone che svolgevano lavori non proprio da favola e piuttosto pesanti, ma nonostante la stanchezza avevano sempre il sorriso, l’ironia pronta, la collaborazione che ci si aspetta, piuttosto, da chi fa il lavoro dei sogni.

Ho incontrato persone che, invece, svolgevano lavori invidiati dalla maggioranza, ma senza riuscire a sentirsi felici e a posto. Anzi, con un costante malessere interiore reso ancora più pesante dallo scontro tra quello che ci si aspetta dal lavoro dei sogni e quello che si sta vivendo dentro di sé, perché “non sarai mica così fuori di testa da lasciare un lavoro che tutti vorrebbero…”. E via il valzer dei sensi di colpa…

Ho incontrato persone che non avrebbero mai potuto svolgere qualcosa di diverso, proprio come essenza di vita. Niente felicità o infelicità, ma una missione tatuata addosso.

E poi ho pensato alle carte degli imprevisti che, con forme diverse di gravità, la vita ci obbliga a pescare e fare nostre, anche quando ne faremmo volentieri a meno. E ho pensato alle persone che non riescono a lavorare con la serenità che ci si aspetta, tra chi ha l’ansia della domenica sera, chi ha attacchi di panico, chi non dorme più, chi ha paura di sentirsi fuori dal giro o chi si chiede “ma cosa ci faccio qui”.

Certo è che con gli imprevisti, soprattutto se di una certa consistenza, non possiamo farci molto. Anche se, quando ce ne capita uno, crediamo che una delle possibili soluzioni sia quella di aggiungere qualcosa o qualcuno. Come quando nel lavoro si pensa che introdurre una persona in più nella fase di picco di un progetto porti ad accelerare il completamento delle attività.

I nostri lavori sono fatti di continue decisioni da prendere e un approccio del genere toglie forza alla qualità delle nostre giornate. Perché se da una parte aggiungiamo, ci sono altri aspetti che si riducono, come i nostri livelli di energia e di attenzione.

Nell’organizzare il lavoro abbiamo lo stesso approccio e accumuliamo cose da fare senza prestare particolare attenzione a cosa togliere. In realtà, fare spazio significa avvicinarsi all’arte del meno per riuscire a prendere decisioni migliori, ma purtroppo la tendenza è quella di aggiungere pezzi:

  • prendiamo nota di idee o spunti nuovi, senza eliminare progetti che vengono trascinati per mesi;
  • iniziamo a scrivere nuovi articoli, senza eliminare o portare a termine bozze vecchie di anni;
  • accumuliamo email da leggere, senza archiviarle o eliminarle;
  • sistemiamo il flusso di lavoro aggiungendo strumenti, passaggi, sistemi o procedure, senza valutare cosa ridurre.

In sostanza, aggiungiamo qualcosa alla situazione attuale per cercare di annullare la “carta” che per forza di cose abbiamo dovuto pescare.

«Ho scoperto che la filosofia del “fare meno, fare meglio” mi calza a pennello; il che casca a fagiolo, visto che posso fare solo meno. Ma, come ho scoperto col tempo, in quel meno c’è molto più di quanto avrei creduto.»

In quel meno c’è molto di più.

Credo che una delle possibili soluzioni per lavorare sentendosi bene passi dall’organizzare meglio il lavoro. E per farlo dobbiamo conoscere i nostri punti deboli, indipendentemente da quello che svolgiamo.

Punti che possono riguardare, ad esempio, la tendenza a procrastinare, distrarci, fare attività irrilevanti, pensare troppo… e così via. Conoscendo bene i nostri lati oscuri, possiamo invitarli sul set del nostro lavoro e avere, per davvero, quella serenità così vitale.

«Avevo l’occasione di interpretare un uomo che prendeva la parte peggiore della sua esistenza e ne faceva la parte migliore del suo lavoro.»

«In Scrubs, invece che cercare di ammazzare il Parkinson a pugni, l’ho invitato a seguirmi sul set. Mi sentivo libero di concentrarmi sull’obiettivo che un attore (sia egli fisicamente sano o meno) deve cercare di ottenere: rivelare la vita interiore di un altro essere umano. Spostando l’enfasi sulle fragilità del personaggio invece che sulle mie, il Parkinson poteva addirittura scomparire ed essere trasformato in qualsiasi altro tema con cui il mio personaggio doveva convivere.»

L’organizzazione è quella cosa che dovremmo provare a fare nostra. Alla ricerca del nostro equilibrio, che sapremo di aver trovato quando nemmeno ci penseremo più. Ciò che conta è provarci costantemente nonostante le possibili cadute, perché quello che metteremo a posto sarà lì ad aspettarci.

«Se non sono certo di poter eseguire un’azione a livello fisico, faccio finta di esserne in grado. Fake it ‘till you make it, fai finta finché non ci riesci davvero, dice il proverbio. Otto volte su dieci funziona. Il restante venti per cento? Cerotti e ossa spaccate…»

In un viaggio che ci permetterà di vivere appieno il nostro tempo a 88 miglia all’ora 😃

«Mi prendo il mio tempo. Non è lui che prende me.»

Per capire come, potrei chiedere direttamente a Christopher Lloyd visto che nel suo profilo Instagram specifica di essere Expert time traveler⏱😅