Debora | 6 Aprile 2019 | assistente virtuale

Perché faccio quello che faccio

Come il paesaggio emotivo mi aiuta a lavorare meglio.

Giorgio Bettinelli non c’è più.

No, non ha lasciato questa vita di recente, ma la sua storia non l’ho mai dimenticata. Ho viaggiato con lui, metaforicamente, mentre preparavo il mio viaggio in Cina. Mi è stato di grande aiuto e ho voluto ripercorrere un piccolissimo tratto che è ripreso nel suo libro “La Cina in Vespa”.

Ha girato il mondo in Vespa. Ha attraversato la Cina in Vespa.

E oggi non c’è più.

Se è vero che tutto ciò che capita nella vita non avviene per caso ma con un fine, ecco che l’essermi scontrata con il suo libro ha contribuito sicuramente a infondermi quella fiducia che mi mancava e a rafforzare quella vaga idea che avevo dentro di me e che mi voleva lontana dall’ufficio.

Non era la prima volta che provavo quel senso di soffocamento.

Mi aveva già aiutato Leo, il mio ex collega, con la sua proposta di leggere “Un indovino mi disse” di Tiziano Terzani e te ne avevo già parlato raccontandoti i primi mesi passati da assistente virtuale.

I libri.

Quanto possono contribuire a cambiare le vite?

Tanto. Profondamente.

Mi piacciono le storie, le esperienze, i racconti. Queste persone, come Bettinelli e Terzani, hanno in comune molte cose e, nonostante le difficoltà incontrate, non hanno mai abbandonato la visione della vita che avevano in mente.

E senza i libri non li avrei mai conosciuti.

Terzani non ha mai scelto un lavoro in base alla carriera e nemmeno in base alla sicurezza. Ha scelto sempre e solo quello che gli piaceva fare. Ha lavorato per l’Olivetti, ma non era il suo mondo e se ne è andato. Ha vissuto in Giappone, ma gli mancava l’aria ed è ripartito. Non ha mai avuto paura di dire di no, di rifiutare un’offerta.

E Bettinelli… Un personaggio fuori dal comune che mi ha fatto sorridere e piangere con i suoi racconti di viaggio. Una consapevolezza di quello che stava facendo impressionante. E soprattutto un continuo fregarsene dei canoni della normalità che la maggior parte delle persone si aspetta. Qui trovi una delle sue interviste.

Queste persone non ci sono più, non scriveranno più nulla, ma con i loro libri mi aiutano a mantenere un filo invisibile nella mia vita. Mi aiutano a rispondere alla domanda: “Perché fai quello che fai?”.

Mi aiutano ad ascoltare tutti, ma ad ascoltare ancora di più me stessa.
Mi aiutano a non scegliere cose che non voglio fare, ma solo quello che mi piace.
Mi aiutano a essere consapevole della mia vita senza dover dare spiegazioni.

Si parla spesso di mission e vision, termini che per me sono un po’ così… non so… troppo da manuale. Ma se penso alle persone incontrate, anche solo leggendole, posso dire che è proprio una precisa visione che avevano in mente che continua ad affascinarmi e che mi aiuta a mantenere la rotta.

Loro non avevano dovuto scrivere la loro visione, motivarla, definirla e nemmeno spiegarla. Nessun elevator pitch, nessuna tecnica persuasiva di vendita.

Solo vivere e scrivere.

Ho letto di recente un articolo che ho riportato anche nel mio canale Telegram e che parla di come migliorare il proprio lavoro indipendentemente dal settore. Riporta dei punti che a mio parere vanno davvero bene per tutti perché in fondo non importa molto a che livello sei, la positività nel lavoro è una necessità importante che deve essere perseguita in ogni ambito.

Gli aspetti principali sono questi:
1. Concentrati sui clienti.
2. Metti da parte le critiche e cerca il lato positivo in ogni persona o situazione.
3. Crea intenzionalmente la tua vita senza subire quello che accade.
4. Collabora con chi condivide la tua visione del lavoro.
5. Non tutti i clienti sono adatti, scegli quelli che migliorano le tue giornate.
6. Vai avanti e mantieni la rotta.
7. Quando ricevi delle critiche non prenderle sul personale.

Classifiche ed etichette hanno valore pari a zero, ma soprattutto non esiste un solo modo per intendere il lavoro.

Sai qual è la verità? È che io non ho grandi obiettivi e nemmeno mi interessa averne. Voglio fare quello che mi è possibile in questa vita e che mi eviti di dover tornare in ufficio. Sì, lo so, non è molto ambizioso come obiettivo, ma è quello che mi sento. È il mio macro obiettivo e per perseguirlo compongo le mie giornate di tanti micro obiettivi che mi fanno stare bene. Finalmente faccio quello che mi piace e dico no a quello che non voglio fare.

In ufficio stavo morendo, ma non come Terzani o Bettinelli.

La morte è certa, ma prima di arrivarci voglio avere la stessa visione di questi grandi che ho conosciuto attraverso le parole.

Siamo fatti di emozioni, di cosa se no?

Per accompagnare questo pensiero, mi torna in mente un pezzo del libro “Mangia prega ama” di Elizabeth Gilbert.

La protagonista del libro ha tutto ciò che rispecchia i canoni più comuni, una carriera, un marito, una bella casa, una vita sociale, ma ad un certo punto si sente soffocare, si ritrova persa sul pavimento del bagno a piangere e decide di cambiare completamente vita.

C’è un passaggio che ti riporto che poco c’entra con il lavoro, ma per me è significativo e comunque collegato. Liz racconta l’esperienza vissuta da Deborah, una sua cara amica:

“Negli anni Ottanta, le era stata offerta dalla città di Filadelfia la possibilità di lavorare come volontaria con un gruppo di rifugiati cambogiani – boat people – che erano da poco sbarcati in America. Deborah è una psicologa bravissima, ma la proposta di quel lavoro l’aveva molto spaventata. I rifugiati cambogiani avevano patito le peggiori sofferenze che gli esseri umani possano infliggersi gli uni con gli altri – erano stati vittime di stupri, torture, violenze, avevano sofferto la fame, avevano visto morire i loro familiari, avevano vissuto lunghi anni in campi-profughi e avevano affrontato pericolosi viaggi in mare verso l’Occidente, durante i quali i cadaveri di quelli che morivano venivano gettati agli squali. Quale aiuto poteva offrire Deborah a queste persone? Come poteva stabilire un contatto con la loro esperienza di dolore?
«Indovina» mi ha detto Deborah «di che cosa volevano parlare quando si trovavano di fronte lo psicologo…»
Solo di questo: «L’ho incontrato quando ero nel campo-profughi e ci siamo innamorati. Pensavo che mi amasse veramente, ma poi siamo finiti su due barche diverse, e lui si è messo con mia cugina. Adesso è sposato con lei, ma dice che ama me, e continua a chiamarmi, e so che dovrei dirgli di sparire, ma lo amo ancora e non posso smettere di pensare a lui. Non so che cosa fare…»
È così che siamo fatti. Questo è il paesaggio emotivo della nostra specie.”

A me piace questo paesaggio emotivo ed è l’unica cosa che ci rende umani.

Perché faccio quello che faccio? Per continuare a perseguire il paesaggio emotivo.

Voglio circordarmi di emozioni proprio come Ally McBeal, avvocato della serie tv che porta lo stesso nome. Va bene la carriera, va bene il lavoro, ma alla fine ha congelato nel frigorifero il pupazzo di neve realizzato dal suo amato dopo la sua partenza per mantenerne vivo il ricordo.

Voglio lanciare il cellulare nella fontana proprio come ha fatto Andy nel film Il diavolo veste Prada nel momento in cui si è licenziata.

E voglio che il mio lavoro sia così, voglio che la mia visione, giusta o sbagliata, bella o brutta, sia esattamente questo. Voglio che il mio lavoro sia un innamoramento continuo.

Non mi interessa fare la cosa giusta o la cosa più indicata in un dato momento o perché lo dice il mercato.

Voglio che il paesaggio emotivo faccia parte della mia visione per avere anch’io il mio viaggio in Vespa.

Sono una sognatrice?

Può darsi. Ma non mi sono mai sentita meglio.

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Autore: Debora Montoli – Libero la tua agenda da attività ripetitive lavorando da remoto come Assistente Virtuale.