Debora | 22 dicembre 2016 | comunicazione

Come spiegare a tua madre che fai l’assistente virtuale

Dialogo semiserio con la propria madre.

“Ma non lavori più in ufficio?”
“No, ho dato le dimissioni.”
“E cosa fai adesso?”
“L’assistente virtuale.”

Silenzio.

Per sicurezza ripete l’ultima domanda:
“E cosa fai adesso?”
“Lavoro da casa.”

Silenzio.

“Ma ti pagano?”
La prima preoccupazione di mia madre è sapere se una specie di stipendio mi arriva lo stesso.
“Sì mamma, è un lavoro come gli altri ma non vado in ufficio.”
“E la tredicesima?”
“Non c’è nessuna tredicesima.”
“Ok.”
Qui l’ok è molto peggio del silenzio e detto da una madre è molto peggio del “fai come vuoi” usato tra partner.

lavorare da casa

“E come fai?”
Qui la voce comincia a tremarle, la paura dell’ignoto avanza.
“Con Internet… Aiuto le persone a svolgere delle attività a seconda di quello che gli serve.”
“E ma spiega.”
“Mamma ti sto spiegando!”
“Ma cosa usi?”
“Internet, il computer, il telefono, Skype, i Social Net… vabbé ecc. Ormai non è più necessario andare in ufficio, posso fare le stesse cose da casa o anche da altre parti, basta avere Internet.”
“E come fai a trovare le persone?”
“Ci sono tanti modi, sempre su Internet, con le pubblicità, con il passaparola…”
Quando ho detto “passaparola” per un attimo ho avuto paura, mi sono vista mia madre al bar che, mentre beve il caffè ristretto-amaro-mi-raccomando-bollente-e-magari-con-quel-biscottino-lì anche-se-non-dovrei-perché-ho-appena-finito-di-leggere-il-libro-di-macrobiotica, tenta di spiegare alle altre signore che sua figlia fa l’assistente dimenticandosi del virtuale e facendo partire mille mila discussioni: “Sì è tipo l’assistente, ma non quella dei dentisti, lavora da casa e va sull’Internet”.

Dopotutto, il passaparola non è sempre la soluzione migliore.

“Sai mamma che ho fatto il sito, uso i Social-vabbé, ho la pagina Facebook…”
“Ah ho capito, anche lo zio Mario è sempre su feisbuk e coltiva i campi.”
“Sì ma lo zio Mario gioca a FarmVille. È un gioco, è un’altra cosa.”
La faccia stranita di mia madre non aiuta. Tra l’altro lo zio Mario è uno dei campionissimi mondialissimi di FarmVille, leggenda familiare mai verificata da fonte certa, ma questa è un’altra storia.

Ad un certo punto, non so perché, partono le accuse.

“Ecco, tu non mi spieghi mai come fare le cose, guarda che se mi fai vedere sono capace anch’io di andare sull’Internet.”
Ce l’ha sempre avuta su con noi figlie ingrate e poco disposte ad aiutarla con la tecnologia. In passato, molto probabilmente per vendicarsi, andava dal mitico cugino Angelo a farsi sistemare il cellulare per poi chiamarci per decantare le lodi del cugino sottolineando più volte che le sue figlie, sempre quelle ingrate, non le spiegavano mai niente.
E subito dopo pensavo che se avessi fatturato a mia madre tutte le ore di assistenza per bloccare quell’abbonamento-partito-per-caso dal cellulare, fermare la Telecom per i tentativi di far pagare servizi come il-chiama-ora, sei-raggiungibile-anche-in-bagno o paga-il-noleggio-anche-se-non-hai-noleggiato-un-cavolo, a quest’ora sarei ricca.

Tra l’altro mia madre è sempre stata una specie di visionaria, anche solo con la quinta elementare e avendo iniziato a lavorare in fabbrica nemmeno adolescente. Ha sempre detto a chiunque dovesse iniziare a studiare di puntare sulle lingue, sui computer e sui viaggi all’estero. Tutto questo tra gli anni ottanta e novanta quando nemmeno si sapeva cosa esattamente fosse un computer e che per il nostro primo baraccone abbiamo chiamato il super cugino intellettuale Michele. Adesso che ci penso i confetti rossi della sua laurea riposano ancora nella vetrinetta in sala insieme ai servizi da caffè per centoventisette persone perché non si sa mai.

lavorare come freelancer

E comunque uno pensa a quanto possa essere difficile organizzarsi da soli, trovare clienti, collaborare senza andare in ufficio, pagare le tasse, chiamare il commercialista, far quadrare il tutto, ecc.

No. Manco per niente.

La parte più difficile è far capire che, pur restando a casa, non significa essere proprio libera e disponibile a fare cose per tutto il parentado al gran completo. Il già-che-sei-a-casa è peggio del già-che-sei-in-piedi e prevede richieste e telefonate in pieno giorno. Sono le stesse richieste che prima arrivavano in orario serale solo che adesso tutti si sentono giustificati a chiamare in pieno giorno perché tanto non devi andare in ufficio.
“Ma non è che passeresti di qui?”
“Mi cerchi una cosa su internet?”
“Mi compri il materassino finlandese? Mi raccomando, quello arancione.”
“Sai che non mi va uozap, come mai?”
“Ma sono entrata in netflizzz, ho fatto clic e non è successo niente, perché? Io non ho toccato niente.”
A parte quella quarantina di “sì vai avanti” che ha cliccato attivando duemilacinquecento finestre.

Quando si dice multitasking.

Uno potrebbe pensare: “Ok, ma basta non rispondere”. Certo, peccato che le chiamate dei parenti pare siano impostate sulla modalità “karma-attivo” e quindi tutto quello che eviti di giorno torna a boomerang di sera o nei fine settimana, tutto moltiplicato. Perché tanto sei a casa.

E niente, persino il mio cane ha capito che non mi deve disturbare quando lavoro.

Poi penso che se sono riuscita a risolvere problemi da remoto dalla mia abitazione a quella di mia madre, della zia, delle cugine della preistoria che hanno raggiunto l’Australia a nuoto, il tutto senza troppe imprecazioni o senza necessariamente ricorrere all’arcata celeste in ordine alfabetico, ecco, sono decisamente pronta a collaborare con chiunque.